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sabato 13 dicembre 2008
Tradizioni
Santa Luzia l'è vizina:
puteloti, né a dormir,
meté fora la farina
e no feve pu sentir.


A Milano dicono che il giorno di Santa Lucia sia il più breve dell'anno. Quello prima invece è il più lungo. Per me è sempre stato così. La mattina, da bambina, sapevo che le ore non sarebbero passate veloci, il dodici dicembre. C'era la scuola, c'erano i compiti, c'era la piscina. C'erano i giochi, c'erano i compagni, c'era la cena. Ore lente tra i banchi. Ore lente tra il sussidiario e l'astuccio. Ore lente nello spogliatoio e in vasca. Lente masticate di broccolo.
Poi, alle otto e mezza, quando fuori era buio, quando fuori era silenzio, mi davo da fare. Alle otto e mezza, l'evento. Piatto di porcellana, sale grosso e farina gialla. Sul balcone gelato, in attesa del campanello. Sul terrazzo in attesa dell'asino. E poi Senti che odore!. Finestra aperta, piatto gelato. Piatto riempito. E i nonni ridevano, Povera bestia, doveva avere tanta fame con tutta la strada che ha fatto! Un anno arrivò Marcellino. Una bambola: Marcellino Maradona, per il mio nonno. L'anno dopo arrivò mia sorella. Cresciuta, stringeva i pugni sugli occhi e piegava le ginocchia. Si sedeva sulle caviglie. È sempre stata un tipo sportivo. Si sedeva sulle caviglie e aspettava. E aveva paura, non voleva aprire la finestra: la santa e il ciuco potevano essere ancora lì.
Venerdì dodici dicembre duemilaotto. Manifestazione Cgil, interviste ai consiglieri. Pioggia, tremila battute, no, quattromila tonde. Alla ricerca di una storia da raccontare, vediamo di non fare errori. Ho scritto, mi sono innervosita. Le ore sono trascorse veloci. I minuti sono volati. Mi ero dimenticata la data. Poi, piatto in cucina, che l'asino ha freddo se deve uscire. Mamma, hai comprato tante cose? Mi tengo un posticino? Il campanello. Dolci pensieri, dolci, torrone e cioccolata. Sul piatto gelato un pacchettino. Un po' di diottrie dalla santa cogli occhi sul vassoio? No, una penna, l'unico regalo utile per il mio mestiere. Forse Santa Lucia si era stancata di vedermi aprire tutti i cassetti di casa in perenne ricerca di una biro che vada.
Pubblicato alle 2:03
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giovedì 11 dicembre 2008
Il torto di Ryszard Kapuscinski
Mercoledì mattina. Apro gli occhi, mi stiracchio, mi rituffo sotto le coperte. Fuori dal piumone fa più freddo del solito. Poi trovo il coraggio di affrontare la giornata. Occhiali, vestaglia, persiane. Devo ricordarmi di lavare gli occhiali la sera, sennò la mattina mi sembra di essere diventata cieca. Bagno, acqua, deodorante, lenti a contatto. Vado in cucina, accendo il fuoco, travaso il caffè, guardo fuori dalla finestra. Nevica. Non ero io cieca, la Provincia col suo comunicato aveva ragione. Che fiocchi enormi, che bianche le strade. Che bella la neve! Mi preparo per uscire: penso a quando neve voleva dire slitta, a quando slitta significava Natale, a quando Natale voleva dire famiglia, a quando famiglia significava amore. Ricordo palle di neve e mutande bagnate. Dentro di me sento l'odore delle stufe a legna e mi sembra di essere a Cavalese. Esco. La neve scricchiola sincera sotto gli scarponi e si raccoglie in palline sulla lana dei guanti. Io amo la neve!
Pago le tasse, compro il giornale (Subito in borsa, così non si bagna.), suona il telefono. Va bene, Simone, alle tre in redazione, ma alle 9 ho un impegno.
Casa, inforno la pizza, preparo la borsa, controllo gli orari dei bus. Dopo pranzo esco di corsa, il Tre mi passa davanti. Aspetto l'Otto col suo sferragliare di catene. Arriva, ma le porte non si aprono. Devo entrare per forza, sennò perdo il Dieci, non c'è alternativa. Mi stringo a una signora che capisce solo il russo, proteggo il computer dalle gomitate di un trentino oversize. Odore di sudore, male ai piedi (Quando si pestano si chiede scusa!), ombrelli bagnati, cosce fradice. Inconvenienti, ma fuori c'è la neve!
Via Missioni Africane, saluto tutti, conosco Christian. Mi sistemo in Sala riunioni, accendo il computer. Batteria scarica, corrente in arrivo. Consegne, Protezione civile, strade chiuse, bocche cucite, macchine tamponate, alberi crollati. Un migliaio di utenti senza energia, centocinquanta gli uomini all'opera. Chiamo il meteorologo, sento il nevologo, intervisto l'esperto, contatto il carabiniere, interpello il comandante dei vigili, scopro quanti spalaneve lavorano. I centimetri di neve salgono: venti, quaranta, cinquanta, settanta. Sale anche l'adrenalina. Pericolo di valanghe, si chiudono le strade. Statale Cinquanta, Quarantotto, Seicentoquarantuno, Duecentotrentanove. Provinciale Centotrentatrè, Centoquarantadue, Settantanove, Trentuno, Venticinque, Ottantacinque, Ottantasei, Trentaquattro, Duecentoquarantadue, Duecentoventuno. Si scarica il telefono. Batteria scarica, corrente in arrivo. Le scuole? Chiuderanno le scuole? Disagi in Valsugana? Ruffrè senza corrente? Cavalcavia in via Maccani chiuso? Via Brennero in colonna? A-ventidue a singhiozzo? Rallentamenti in uscita a Trento centro?. Marta vieni di là, che ti cercano. Marta potresti sentire quella signora lì. Vei, Marta, vei. E poi le battute: tremilasettecento, millesettecento, semilaegiudilà. Esco dalla redazione, sprofondo fino al ginocchio. Appuntamento saltato, concerto finito, pizza con Ian e incontro un'amica. Ma ho sonno, non riesco a parlare, faccio fatica a ascoltare. Penso di odiare la neve. Anzi, io odio la neve!.
A casa. Mi siedo sul letto e con tanta amarezza nell'anima finalmente capisco il senso di quello che da mesi sento dire e che da sempre non voglio credere: il giornalismo rende ciniche le persone.
Pubblicato alle 22:03
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mercoledì 10 dicembre 2008
L'autonomia va in vacca
(e forse anche il mio blog)
Voce del verbo languire: diventare debole, fiacco, ridursi in uno stato di estrema prostrazione fisica e morale, consumarsi, indebolirsi, perdere vigore, forza e intensità, venir meno, scemare. Intransitivo.
Questo blog langue da troppo tempo. Da così tanto tempo che i mesi si sono trasformati in contenitori vuoti; da così tanti giorni che lo spam si è impadronito delle pagine abbandonate.
Non scrivo quasi più. Eppure di cose ne sono successe molte. Ho perso una casa e trovato lavoro. Ho fatto due incidenti e imparato a guidare. Ho trascurato il dovere e scoperto una passione. Ho dimenticato chi ero e mi sono inventata chi sono. Ho sprecato gioia e lesinato rabbia. Ho trattenuto il rimpianto e abbandonato la speranza. Ho ferito un'amica e aiutato il nemico. Ho perso mille occasioni e riconosciuto due opportunità. Ho rinnegato i sogni e mi sono tuffata nella realtà.
Non scrivo quasi più. Eppure il mondo è cambiato. Un ragazzo è annegato perché voleva nuotare, un bambino è morto perché voleva giocare. È scoppiato uno scandalo e si è già sgonfiato, la campagna elettorale è iniziata e il presidente è già stato riconfermato. La Gelmini ha iniziato la riforma e l'occupazione a Sociologia è ormai finita.
Non scrivo quasi più. Eppure di gente ne ho incontrata. Un politico mi ha insultata, un sindacalista affascinata. Uno studente mi ha corteggiata, un poliziotto aiutata. Un funzionario mi ha stordita, un collega seguita. Una ragazzo mi ha spaventata, un vecchietto consolata.
Non scrivo quasi più. Eppure di sciocchezze ne ho viste. Magnadora e Mucca Autonomia. Concerie senz'acqua e capre in Provincia. Matrimoni importanti e abiti verdi. Wall Street al verde e bandiera bianca. Presidenti abbronzati e cittadini impalliditi (dalla vergogna).
Non scrivo quasi più. Eppure di pagine ne ho riempite. Ferito un torrentista, salvataggio notturno. Charly Gaul: adesioni eccellenti. Camparta, un errore bloccare il canile. Moschea: la Lega presenta i quesiti. Lotta ai tumori, a confronto duecento scienziati. I cacciatori trentini: lotta dura ai bracconieri. Autobus aperti a mamme e bebè. Sconti Coop, librai all'attacco. I giovani: non c'è nulla da celebrare. Polo duro, governo di cialtroni. Ateneo svendesi per fine attività. Panizza: il mio futuro? Deciderà il partito. Regione, luogo di dialogo. Facebook: festa per pochi.
Non scrivo quasi più. Eppure è una necessità.
Voce del verbo riordinare: rimettere in ordine, chiarire, dare un nuovo assetto, riorganizzare rendendo più efficiente, impartire nuovamente un ordine. Transitivo.
Non ho scritto per molto, ma forse avevo solo bisogno di riordinare la mia vita.
Pubblicato alle 1:58
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